Nota preliminare sull’uso improprio dell’amore

Ho sempre trovato curioso il modo in cui le persone dichiarano di volere relazioni “semplici”.
Lo fanno con la stessa convinzione con cui si ordina un piatto leggero dopo aver consumato, per anni, solo fritti.

La semplicità non è una qualità originaria.
È un risultato.
E come tutti i risultati, richiede metodo, ripetizione e una certa disponibilità a sopportare il disagio iniziale.

Nelle relazioni affettive contemporanee, invece, si osserva una tendenza opposta:
la pretesa di immediatezza accompagnata da una totale indisponibilità all’allenamento.
Si entra in campo senza preparazione, si inciampa al primo contatto e si attribuisce l’infortunio al destino, al carattere dell’altro o a una generica incompatibilità.

Raramente alla propria incuria.

L’amore, lasciato a sé stesso, non evolve.
Si accumula.
E ciò che si accumula senza struttura finisce sempre per collassare sotto il proprio peso, dando luogo a fenomeni che vengono poi romanticamente definiti “crisi”, “periodi difficili” o “momenti di passaggio”.

Sono formule di cortesia.
Servono a evitare una diagnosi più semplice e meno elegante: mancanza di manutenzione.

In ambito accademico siamo abituati a distinguere tra contenuto e contenitore.
Nelle relazioni, questa distinzione viene sistematicamente ignorata.
Si pretende che il sentimento regga qualunque uso, qualunque carico, qualunque proiezione, senza mai interrogarsi sulla struttura che dovrebbe sostenerlo.

Quando questa struttura cede, si parla di fallimento.
Ma il fallimento, nella maggior parte dei casi, è solo l’atto finale di una lunga serie di rinvii accuratamente giustificati.

Scrivo queste righe non per scoraggiare, né per orientare.
Scrivo per registrare un dato:
l’amore non è fragile.
È trattato come se fosse indistruttibile.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Ma raramente vengono studiate.

Prof. Amedeo F. Manfrin
Cattedra di Dinamiche Affettive Ordinarie
Università Internazionale di Bellinzona