Le Relazioni Tossiche

Nel lessico relazionale contemporaneo, quello che si forma a colpi di post motivazionali, video da trenta secondi e diagnosi affettive emesse senza visita, il termine tossico gode di ottima salute.
Lo si applica con disinvoltura alle relazioni, o a ciò che tali si presume siano state, con una frequenza che meriterebbe almeno una nota a piè di pagina.

Più che una categoria, è diventato un espediente.
Una parola breve, maneggevole, foneticamente efficace, che consente di archiviare un’esperienza complessa con l’aria di chi ha capito tutto, evitando l’imbarazzo di dover spiegare cosa sia successo davvero.

“Tossica” è una parola funzionale.
Riduce i tempi di elaborazione.
Sostituisce l’analisi con una sensazione di competenza.
E soprattutto assolve chi la pronuncia.

Nel linguaggio corrente, una relazione viene definita tossica non mentre è in corso, non mentre consuma energie, produce sintomi e altera il giudizio, ma quando smette di poterlo essere.
Finché esiste, anche a singhiozzo, anche in forma intermittente, anche ridotta a messaggi notturni e chiarimenti settimanali, viene chiamata, nella peggiore delle ipotesi, “amore complesso”.

Tossica diventa così una diagnosi postuma, formulata quando il rapporto è già stato interrotto, il danno metabolizzato e il racconto riorganizzato per essere socialmente condivisibile. Il paziente, per così dire, è già stato dimesso, con la cartella clinica sotto il braccio e un nuovo assetto narrativo pronto all’uso.

Vale la pena, a questo punto, ricordare cosa significhi tossico fuori dal linguaggio emotivo. In ambito medico, una sostanza tossica è tale perché provoca danni rapidi, misurabili e progressivi. L’esposizione viene interrotta non appena il rischio è individuato, proprio perché la tossicità non ammette lunghe permanenze né ambiguità interpretative.

È curioso, allora, osservare come nelle cosiddette relazioni tossiche si resti spesso per mesi, talvolta per anni, negoziando quotidianamente il disagio, normalizzando i sintomi e rinviando ogni decisione, salvo poi attribuire l’etichetta solo nel momento in cui la relazione diventa ormai impraticabile.
La tossicità, in questi casi, non è una causa: è un verdetto.

Dal punto di vista accademico, tuttavia, la questione si presenta in modo meno consolatorio.

Una relazione non diventa problematica perché “tossica”, ma perché fondata su premesse che non vengono mai osservate mentre operano.
L’elemento critico non è l’intensità del legame, bensì la sua ripetizione non interrogata. Ciò che viene reiterato senza essere compreso tende a produrre sempre lo stesso esito, con una puntualità che non ha nulla di casuale.

Comportamenti inizialmente interpretati come carattere, sensibilità o bisogno di rassicurazione, col tempo si stabilizzano in procedure. E le procedure, se non riviste, non degenerano: funzionano. Funzionano esattamente come sono state impostate.

La verità meno apprezzata è che molte relazioni definite tossiche sono, in realtà, perfettamente coerenti. Coerenti con aspettative mai dichiarate, con ruoli assegnati per stanchezza più che per scelta, con accordi impliciti che nessuno ha avuto il coraggio di rendere espliciti. Chiamarle tossiche serve allora a una sola operazione: trasformare un processo in un colpevole.

È rassicurante.
Ma non istruttivo.

Il problema, come sempre, è che ciò che non viene studiato tende a ripresentarsi. Con altri nomi, altri volti, altre circostanze.
Ma con una struttura sorprendentemente familiare.

Per questo, all’Università Internazionale di Bellinzona, il termine relazione tossica non viene adottato come categoria operativa.
Lo consideriamo un segnale linguistico di esaurimento analitico: una parola che compare quando l’osservazione si interrompe.

Quando un termine pretende di spiegare tutto, di solito è perché non si è ancora deciso di guardare davvero.

Chi desidera approfondire questi meccanismi, anziché limitarsi a rinominarli, può presentare candidatura al corso MAD – Manuale d’Amore Domestico, nell’ambito dei Corsi di Formazione Affettiva Avanzata.

Le relazioni non migliorano cambiando etichetta.
Migliorano quando si smette di usarle per non studiarle.

Prof. Amedeo F. Manfrin
Cattedra di Lessico Relazionale e Derive Contemporanee
Università Internazionale di Bellinzona